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Martiri di Falloppio – Martiri di Falloppio

Leggendo in giro per la rete ho sentito parlare di “scena catanese” a livello musicale. Purtroppo essendo distante diverse centinaia di chilometri non ne sono mai venuto a contatto e neanche mi potevo immaginare che vi fosse. Da qualche girno invece so che esiste. Eccome. I Martiri di Falloppio: cinque brani, un disco omonimo, un’infinità di play nel lettore musicale.
Quando scrivo questi articoli dovrei fare una presentazione pre-ascolto del disco, scriver qualcosa che dia un’idea e che preferibilmente invogli a pigiare il tasto play poco sotto (in generale altrimenti non mi metterei neanche a mettere tutti i link per l’ascolto, download etc). Ok, sto “metapostizzando”. Ok che noia. Ok. Si parte dal nome gruppo: Martiri di Falloppio. Già da ampiamente idea dell’approccio ironico, comico, demenziale cui il gruppo si è voluto immolare. Ho già scritto troppo al riguardo. Titolo disco: idem, idem non mi ripeto. Titoli dei brani: prendo ad esempio “Quel grosso Machete che tieni in cucina”: già ci vuole molta fantasia ad ideare un titolo con questa semantica e di una lunghezza che rompe ampiamente gli schemi tipici delle titolature. Sommateci la vena riscontrata nel nome del gruppo: un delirio d’ilarità, di divertimento puro, di immagine letteralmente schizzate e surreali, estremamente fantasiose. Per gli altri titoli, beh, anche se più ordinari nella lunghezza, vengono utilizzati con doppi sensi, semantiche talmente fuori posto da scatenare sempre spiazzamento e divertimento.
I testi meriterebbero un discorso completamente a parte, ma gli ingredianti che li compongono sono i precedenti più una certa dose di franchezza/realismo, ma talmente concreta che non può che rompere le tranquille abitudini quotidiane e creare un filo diretto con l’ascoltatore a livello empatico, rendendolo così più partecipe di quello che propongono: divertimento musicato. Musicalmente anche usano schemirodati del blues e del rock, impegnativi tecnicamente da cui traggono a piene mani. Non sono un gruppo che pare volersela tirare cercando di proporre qualcosa di nuovo. No. Non ne hanno bisogno. Sanno suonare, e lo dimostrano, non c’è bisogno di perder tempo in virtusismi, tecnicismi, novità, puzze sotto il naso. No. Non ne hanno bisogno. Perché? Perché sanno divertirsi. E chi sa farlo non ha bisogno di altro. E lo trasmette.
Martiri di Falloppio – “Martiri di Falloppio”

1- Mamma
2- Ortopedico
3- Vecchio cane pazzo
4- Quel grosso Machete che tieni in cucina
5- Bluesjob

 

 

 

 

Anno: 2011
Provenienza: Catania, Italia
Netlabel: Auto
Genere: Blues, Rock, Stoner
Download:  Mediafire

 

Martiri di Faloppio nel web:
Jamendo
Reverbnation
Myspace;

Articoli:
Stop Model Magazine
Clap bands

 

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Bridges of Königsberg – The Five Colors

Non se ne abbiano i Bridges of Königsberg se il testo di questo post risulterà avere poche parole e magari neanche troppo eclatanti e/o urlate. In molti casi, nella maggior parte dei casi, ciò che conta in un disco è l’ascoltarlo stesso e lasciarcisi coinvolgere. La mia opinione sarà stringata e da considerarsi quasi sottointesa. Un disco che merita l’ascolto. Ciò su cui mi potrei soffermare sono i perché. Un bel disco? Beh, tendenzialmente se lo propongo senza già nell’incipt del discorso dirne pesta e corna è perché da ritenersi meritevole. Ci si potrebbe chiede: ma quanto interessante? Per una persona quale sono io che apprezza il genere post rock e la struttura strumentale dei brani è molto interessante. Vi sono tocchi personali del genere ma anche richiami ad altri dischi del genere (vedi per esempio gli I’m the architect). Ci sono momenti più distorti e accellerati, come delgi urli in atmosfere invece più tipicamente cupe. Ci sono spazi prettamente narrativi ed atmosferici. Ci sono dei notturni ma anche raggi di sole tra le nuvole. Il buio avvolgente e le lucciole confortanti. Ma tutto ciò credo che anche un ascolto possa intravederlo e viverlo. Ecco, un fatto che è bene sottolineare e che farò anche in seguito in altri post, è su come ci si dovrebbe approcciare a questo disco e alla maggior parte dei dischi, almeno quelli che si basano prevalentemente sulla musica e nulla o poco sul testo (the five colors rientra nel secondo caso). Un approccio che sia poco “mentale”, che non necessariamente cerchi un testo per capirne un presunto significato o che cerchi di tradurne i suoni in parole. L’esercizio da fare è quello di ascoltare i suoni con le orecchie per trasportarli non tanto al cervello quanto al corpo, sentire le vibrazioni possibilmente con tutto esso e cercar di viverle in quel preciso momento. Ciò che ne possa scaturire non devono esser tanto parole elaborate dal calcolatore centrale, ma emozioni, situazioni, profumi. vibrazioni, immagini che arrivano da dietro la retina e non da sinapsi controllate. Come se per la prima volta ci si trovasse su di una scogliera e si sentisse un profumo che ancora non sappiamo chiamare salsedine, ascoltassimo le onde senza pretendere che ci dicano parole, lasciassimo che la brezza ci accarezzi. Poi la realtà è che tendiamo a fare associazione di idee e a catalogare tutto, e una volta conosciuto qualcosa abbiamo tutto il diritto e il dovere di scegliere se ci piaccia o meno. Ma penso che questo non debba limitare la nostra curiosità  di conoscere qualcosa e fondamentalmente di viverla.

Ecco, mi scusino ancora i Bridges of Königsberg se ho approfittato di The Five Colors per questa epopea, ma mi auguro che questo disco venga ascoltato con questo approccio.

 

 

Bridges of Königsberg – “The Five Colors”

1- Foresight
2- Five Colors
3- The Moon cries for Mars
4- A grain in a Sea
5- Seals & Sanctions
6- Feathers wrapped in metal
7- Gathering spirits (soon to be butterflies)
8- Irrational dream
9- No longer ther e
10- Number seven
11- Have you ever seen a forest

 

 

Anno: 2011
Provenienza: Chicago, USA
Netlabel: Endless Field Studios
Genere: Post Rock, Strumentale
Download: Mediafire


Bridges of Königsberg nel web
Sito Ufficiale
Bandcamp

 

Articoli
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