Illustration of Gérard de Lairesse from "Anatomia Hvmani Corporis" of Govert Bidloo. Netherland, 1685. License Public Domain

A volte ritornano

Illustration of Gérard de Lairesse from "Anatomia Hvmani Corporis" of Govert Bidloo. Netherland, 1685. License Public Domain
Illustration of Gérard de Lairesse from “Anatomia Hvmani Corporis” of Govert Bidloo. Netherland, 1685. License Public Domain

A volte ritornano, a volte no. Dipende dagli impegni. Se hanno voglia o meno. In realtà quest’ultima è sempre presente, mai sopita. Al massimo può nascondersi come delle braci ardenti sotto la cenere. Non si fa vedere, si nasconde. Ma se provate ad avvicinare una mano. Ecco. Allora ve ne accorgete. Non si fa in tempo a toccarla che si sente del calore. Calore sempre più forte. Si discosta quel grigiume tanto candido, tanto soffice ed ecco il rosso vivo. Giallo. Arancione. E ricomincia a vivere. A bruciare. A riscaldare. A scoppiettare. Piccole meteore che scappano fuori dai ranghi, dai limiti che si erano imposti alla brace. Ci si impegna a dare forma al tutto, a costruire un contorno, a dare dei limiti. Poi magari la stanchezza. Fisica. Mentale. Un assopimento, uno scoramento e tutto sembra perduto. Fa male ripartire. Si rischia di scottarsi. Ma quel fuoco forse potrà ripartire. Prender vita nuova. E crearne ancora ove nemmeno ce ne si poteva immaginare. Potrebbe addirittura uscire completamente dal focolaio. Paura. Si rischia di bruciare tutto. Si rischia che vada ancora meglio. Si rischia che la piccola fiammella che si voleva per aver un limitato calore divampi in fiammate che non siamo più in grado di controllare, bruciando tutto. O riscaldando tutto. Non si può che rischiare. Lasciare l’ovattata cenere significa soltanto lasciare che i carboni muoiano in un bello quanto inutile candore. Spostarla invece rischiare che vada ancora meglio. Mi scotto. Li sposto.